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23 July 2021

Phillips, Paul Newman e Steve McQueen… dentro al meraviglioso mondo delle aste dei record insieme a Marcello De Marco

Ormai non ci stupiamo più. Il trend di crescita è infatti diventato una costante e quando poi siamo di fronte a pezzi unici, be’, allora, diventa costante l’exploit, il colpo di scena che rimbalza ben oltre la cerchia di appassionati e addetti ai lavori dell’orologeria meccanica e dilaga sui media generalisti, alla stregua di un dipinto di Picasso o di una Ferrari California degli anni Sessanta. Ci riferiamo all’ultima asta newyorkese di Phillips dello scorso 12 dicembre, che ha aggiudicato 135 orologi – ovvero il 99% dei lotti – per un guadagno complessivo di quasi 23 milioni di euro e con l’assegnazione di orologi davvero iconici, come i primi cinque per prezzo finale: il leggendario Daytona Ref. 6263 “Big Red” appartenuto a Paul Newman e venduto a 4,5 milioni di euro; l’Heuer Monaco Ref. 1133 che Steve McQueen, al termine delle riprese del film “Le Mans”, ha regalato al suo meccanico di fiducia Haig Alltounian (e che, con 1,8 milioni di euro, ha stracciato ogni record per la casa che oggi appartiene al Gruppo LVMH); un pluricomplicato Patek Philippe Ref. 3974G-001 (843mila euro); e due Richard Mille della collezione del super-appassionato Sylvester Stallone, l’RM52-01 e l’RM25-01, battuti rispettivamente a 823mila e 773mila euro. E senza dimenticare il nuovo record per un Panerai: la Ref. 5218-201/A che Stallone indossava in “Daylight” ha infatti toccato quota 214mila dollari.

Rolex Daytona Phillips
Heuer Monaco Phillips

MARCELLO DE MARCO: L’ITALIANO NEL “DREAM TEAM” DI AUREL BACS

D’altronde il mondo delle aste d’orologeria, negli ultimi anni, sta vivendo una vera e propria “età dell’oro”, con una figura che ha un ruolo dominante nel settore, paragonabile, tanto per fare un raffronto sportivo, a quello di Lebron James nella pallacanestro statunitense. Il nostro eroe porta il nome di Aurel Bacs. Svizzero, classe 1971, una passione per gli orologi fin dall’adolescenza che dagli anni Novanta lo vede nel Gotha: prima in Sotheby’s, poi in Christie’s e, dal 2014, deus ex machina per l’orologeria – insieme alla moglie Livia Russo – della plurisecolare Phillips, dove è diventato il leggendario battitore degli orologi più famosi del pianeta. Come il Daytona 6239 con quadrante Paul Newman di proprietà di Paul Newman (New York 2017: 17,7 milioni di dollari), al tempo l’orologio da polso più costoso di sempre; uno dei quattro Patek 1518 esistenti in acciaio (Ginevra 2016: 11 milioni di franchi svizzeri); il Daytona 6265 in oro bianco soprannominato “The Unicorn” (Ginevra 2018: 5 milioni di euro); il Gmt-Master 1675 che Marlon Brando indossava in “Apocalypse Now” (New York 2019: 1,95 milioni di dollari); e il Vacheron Constantin “Don Pancho”, dal soprannome del primo proprietario Francisco Martinez Llano (Ginevra 2019: 651mila euro). Detto ciò, non tutti sanno che nel “dream team” capitanato dal mitico Aurel Bacs si fa onore l’italianissimo Marcello de Marco, 37enne milanese che ha trasformato la sua passione per le lancette in un lavoro che lo ha portato in meno di un decennio a stretto contatto con Bacs e di conseguenza al vertice della catena alimentare del settore.

Marcello De Marco

GLI INGREDIENTI CHE RENDONO UN PEZZO MILIONARIO? UNICITÀ E STORYTELLING

Le prime due domande sono inevitabili. Come si arriva a lavorare nel team numero uno del settore e come commenti l’asta del 12 dicembre? “Passione, volontà e fortuna mi hanno portato nel team di Aurel, che è un uomo dal carisma ineguagliabile, con un’etica del lavoro tanto rigorosa quanto coinvolgente e una intelligenza fuori dal comune che non gli fa sbagliare il timing di nessuna asta” dice Marcello de Marco, dal 2017 Specialist and Business Development Associate nel Dipartimento Watches a Ginevra. “Mentre l’asta intitolata ‘Racing Pulse’ è stata la ciliegina sulla torta di un 2020 che per Phillips ha registrato numeri da record, confermando l’orologio come un bene reale, anche in un momento così difficile per l’umanità”.

Entrando nei dettagli, a tuo avviso, se c’è, qual è il filo conduttore, oltre alla ovvia rarità, che collega i risultati record di alcuni modelli, partendo, per esempio, dai due Daytona di Paul Newman e arrivando al Monaco di Steve McQueen? “A prescindere dalla indispensabile unicità dell’oggetto in questione, il filo conduttore lo individuo nell’eccezionalità dello storytelling di questi orologi. Oltre ai tre citati, penso all’Omega Ref. H6582/D96043 con 44 diamanti incastonati a brillante sulla lunetta, che nel 2018, nella nostra asta ginevrina, con 1,5 milioni di euro, risulta ancora oggi il segnatempo più costoso del marchio di Bienna”.

Omega Elvis Phillips

Non si tratta di uno Speedmaster andato sulla Luna… “Difatti è un solo tempo in oro bianco dal contenuto diametro di 32,5 mm”.

Il suo merito? “Era l’orologio di Elvis Presley, regalatogli dal presidente della RCA per celebrare i 75 milioni di dischi venduti. Più storytelling di così!

CONOSCENZA E CONSAPEVOLEZZA ALLA BASE DEL SUCCESSO DELLE GRANDI ASTE INTERNAZIONALI

A parte i pezzi da leggenda, le aste nel loro complesso, da tempo, attraversano un momento eccezionale, con addirittura modelli contemporanei che strappano valutazioni più alte rispetto al mercato e in parte lo condizionano. Come lo spieghi? “In quest’ultimo caso è merito del mix di garanzie ed emozione che un acquisto in asta offre. Il pezzo che vuoi è lì, nella certezza di una operazione d’acquisto senza rischi. Quindi, per alcuni fortunati, pagare l’oggetto una piccola frazione in più di quello che magari otterrebbero dopo mesi di dubbi e ricerche è un trade-off molto valido. Al contrario, per intuito e fortuna, è anche possibile fare affari, accaparrandosi orologi a cifre sottomercato. E anche questo è il bello delle aste. Invece, in generale, il successo del mondo delle aste è figlio di internet e dei social e della sempre maggiore diffusione di conoscenza e consapevolezza sull’orologeria d’alta gamma del cliente finale in tutto il mondo. Tant’è che se una volta alle aste partecipavano soprattutto i dealer specializzati, oggi la percentuale è a favore del cliente finale, che risulta essere anche giovane.

E IL FUTURO? GLI OROLOGI SU CUI PUNTARE E QUELLI DA VENDERE…

Marcello adesso prendiamo la sfera di cristallo e immaginiamo il domani delle aste, gli orologi su cui puntare e quelli da vendere… “Be’ i punti di riferimento attuali resteranno tali perché sono a tutti gli effetti diventati dei beni rifugio con variazioni minime anche in epoca di Covid-19. Per quanto mi riguarda scommetterei sul Patek Ref. 5235G, meraviglioso regolatore con calendario annuale che adoro e che, in effetti, ho acquistato per portarlo. Aggiungo il Rolex Freccione, che ha le potenzialità per crescere tanto, e anche diversi Cartier che hanno contenuti di stile pazzeschi. Alcuni indipendenti sono già una certezza, su tutti Philippe Dufour e F.P. Journe. Mentre per quelli da vendere, sulla produzione contemporanea, terrei d’occhio quei marchi che esagerano con troppi esemplari prodotti e che inevitabilmente rischiano di inflazionare il mercato, come è successo in misura più o meno alta con alcuni brand anche molto rinomati. In questo senso, però, va detto che oggi la strategia produttivo-distributiva dei grandi marchi, partendo dai precursori Patek Philippe e Rolex ma ormai in maniera pervasiva a tutto campo, è molto attenta sotto questo punto di vista”.

By Michele Mengoli