Questa è prima di tutto una storia italiana. Una storia che nasce a Bologna, attraversa moda, design e cultura e arriva, quasi inaspettatamente, fino all’orologeria. È la storia di Massimo Osti, l’uomo che, partendo dalla grafica, ha cambiato il modo di concepire l’abbigliamento contemporaneo, diventando uno dei pionieri dello sportswear.
Ma è anche la storia di un orologio decisamente fuori dal comune: un Rolex Sea-Dweller ref. 1665 che Osti decise di far argentare, trasformando uno degli strumenti professionali più riconoscibili dell’orologeria svizzera in qualcosa di profondamente personale.
Per conoscerla meglio siamo andati a Bologna, dove Lorenzo Osti, figlio di Massimo, ci ha accolti nell’Archivio dedicato al padre. Abbiamo trascorso insieme circa tre ore, tra ricordi, aneddoti e una visita a uno spazio straordinario, nel quale sono custoditi migliaia di capi, materiali e oggetti che raccontano una vita dedicata alla sperimentazione.
Lorenzo ci ha riservato anche qualcosa che difficilmente dimenticheremo: la possibilità di osservare da vicino, tenere tra le mani e soprattutto provare al polso il Sea-Dweller argentato appartenuto a suo padre. Un momento che aspettavamo con grande curiosità e che ha reso questa esperienza ancora più speciale.
Durante il nostro incontro abbiamo avuto anche l’occasione di parlare telefonicamente con Daniela Facchinato, moglie di Massimo e madre di Lorenzo, che con altrettanta disponibilità ha condiviso ricordi e dettagli preziosi.
Le cose da raccontare sarebbero davvero infinite. Tra le storie ascoltate, gli oggetti osservati e i particolari emersi durante la visita, probabilmente avremmo materiale sufficiente per scrivere un libro anche noi. Cercheremo quindi di condensare il meglio di questa esperienza, ripercorrendo la storia di Massimo Osti attraverso il suo lavoro, i ricordi di chi lo ha conosciuto e, naturalmente, uno degli orologi più particolari che abbiamo avuto la fortuna di indossare.
MASSIMO OSTI: DALLA GRAFICA A C.P. COMPANY
Nato nel 1944 a Baricella, alle porte di Bologna, Massimo Osti non arrivò alla moda seguendo il percorso tradizionale di uno stilista. La sua formazione era quella di grafico pubblicitario e nel 1968 aprì a Bologna l’agenzia CD2 insieme agli amici Lucio Festi e Giorgio Sgorbati. L’anno successivo realizzò la sua prima linea di T-shirt stampate creando il marchio Chomp Chomp, mentre nel 1970 fondò con Raimondo Cattabriga O.M. Diffusion, società che avrebbe prodotto la prima collezione Chester Perry, nome ispirato alla fabbrica nella quale lavorava Bristow, protagonista dell’omonima striscia a fumetti di Frank Dickens.
Fin dall’inizio, però, il suo interesse andava ben oltre la sperimentazione grafica. Osti osservava la società, le abitudini e i cambiamenti culturali, cercando di comprendere come le persone vivessero e si vestissero. In un’epoca in cui l’abbigliamento seguiva convenzioni piuttosto rigide, con l’abito per il lavoro, quello della domenica e quello per le occasioni speciali, intuì la possibilità di proporre qualcosa di diverso: un modo di vestire meno formale e trasversale, capace di superare le distinzioni tra occasioni d’uso e categorie sociali.
Nel 1978, in seguito a una controversia sul nome Chester Perry, il marchio diventò C.P. Company, ma il metodo di Osti rimase lo stesso: osservare, raccogliere, studiare e reinterpretare. Uniformi militari, abbigliamento da lavoro e capi tecnici diventavano fonti d’ispirazione, mentre ogni elemento veniva analizzato prima di tutto per la sua funzione.
Un approccio che trova una delle sue espressioni più riconoscibili nella Goggle Jacket, sviluppata per la gara automobilistica Mille Miglia del 1988, con le caratteristiche lenti integrate nel cappuccio e un’ulteriore lente rotorna e trasparente sul polsino, pensata per permettere ai piloti di leggere l’orologio senza dover sollevare la manica. Un dettaglio particolarmente interessante, soprattutto osservandolo dalla nostra prospettiva.
Una parte fondamentale della sua ricerca riguardava anche i materiali. Durante gli anni Settanta Osti e i suoi collaboratori svilupparono nuove applicazioni della tintura in capo, intervenendo su indumenti già assemblati e realizzati con fibre differenti, capaci di reagire al colore in maniera diversa. Il risultato erano tonalità e contrasti difficilmente ottenibili attraverso i metodi convenzionali. La materia diventava così parte integrante del progetto.
STONE ISLAND: QUANDO È IL PRODOTTO A CREARE IL MARCHIO
Nel 1982 questa continua sperimentazione portò alla nascita di Stone Island, attraverso un percorso decisamente insolito. Tutto partì dalla Tela Stella, un tessuto robusto di ispirazione militare, trattato con resine e sottoposto a particolari processi di lavaggio. Il risultato era talmente diverso da quanto proposto fino a quel momento che risultava difficile inserirlo nelle collezioni C.P. Company.
Fu quindi il prodotto stesso a suggerire la creazione di una nuova identità. Stone Island non nacque per sviluppare un prodotto, ma fu un prodotto a dare vita al marchio. Un dettaglio che racconta molto dell’approccio di Osti, per il quale la sperimentazione precedeva spesso qualsiasi logica commerciale.
Negli anni successivi arrivarono alcune delle innovazioni più importanti dello sportswear contemporaneo: nel 1987 la prima Ice Jacket, realizzata con un materiale termosensibile capace di cambiare colore in relazione alla temperatura; nel 1990 la Ice Jacket Camouflage e nel 1991 la Reflective Jacket, caratterizzata da una superficie ricoperta di microsfere di vetro in grado di riflettere la luce.
Tessuti, trattamenti e tecnologie differenti, accomunati dalla stessa curiosità verso i materiali e le loro proprietà. Una sensibilità che ritroviamo, in maniera del tutto inaspettata, anche in uno degli orologi appartenuti a Massimo Osti.
GLI OROLOGI DI MASSIMO OSTI: UNA COLLEZIONE DI RICORDI
Esistono collezioni costruite attraverso aste, cataloghi e acquisti mirati. E poi ci sono raccolte che nascono spontaneamente, attraverso incontri, amicizie e momenti di vita. Quella di Massimo Osti appartiene soprattutto a questa seconda categoria.

Durante la nostra conversazione, Lorenzo ci ha raccontato un dettaglio sorprendente: suo padre non aveva praticamente mai acquistato un orologio. «Al 99% si trattava di regali», ci ha spiegato. Massimo non amava fare shopping, al punto che, come ricorda divertita Daniela, preferiva farsi realizzare persino abiti e biancheria direttamente in fabbrica, pur di evitare i negozi.
Molti degli esemplari più importanti provenivano da Carlo Grazia, storico collaboratore e braccio destro commerciale di Osti negli anni Ottanta. Il loro rapporto aveva dato vita a una tradizione: ogni Natale Carlo regalava a Massimo un nuovo orologio, come gesto di amicizia e riconoscenza. Gli acquisti personali erano invece piuttosto rari e riguardavano soprattutto qualche esemplare vintage proposto da amici o commercianti di fiducia, capaci di attirare la sua curiosità con qualcosa di insolito.
Ne risultava una collezione estremamente eterogenea, composta da marchi, stili e tipologie differenti, senza una precisa logica legata al mercato. Ogni orologio raccontava prima di tutto una persona, un’occasione o un rapporto. Tra tutti, però, ce n’è uno che sembra rappresentare Massimo meglio di qualsiasi altro.
IL ROLEX SEA-DWELLER 1665: L’OROLOGIO PIÙ PERSONALE DI MASSIMO OSTI
Quando Lorenzo ci ha mostrato il Rolex Sea-Dweller ref. 1665 argentato di suo padre, ci siamo trovati davanti a un oggetto che conoscevamo già attraverso fotografie e racconti, ma che dal vivo trasmette sensazioni completamente diverse.
Abbiamo potuto osservarlo con calma, studiarne i dettagli, tenerlo tra le mani e soprattutto indossarlo. È stato uno dei momenti più belli della nostra visita. Non capita tutti i giorni di provare un orologio tanto particolare, appartenuto a una figura che ha lasciato un segno così profondo nel mondo dell’abbigliamento.

La prima cosa che colpisce è naturalmente la superficie. L’argento, con il passare degli anni, ha assunto un aspetto irregolare, segnato dall’ossidazione e dall’utilizzo. La cassa e il bracciale hanno perso l’uniformità tipica dell’acciaio, sviluppando una patina che rende questo esemplare immediatamente riconoscibile.
Sotto quella trasformazione si nasconde però uno dei più importanti orologi professionali della storia di Rolex. L’esemplare di Osti è riconducibile a un Sea-Dweller ref. 1665 “Great White”, Mark II Rail Dial, databile indicativamente al 1979. Il soprannome Great White identifica la generazione successiva ai celebri Double Red, caratterizzata dalle scritte interamente bianche sul quadrante. La configurazione Mark II Rail Dial, prodotta per un periodo relativamente breve alla fine degli anni Settanta, si distingue invece per il particolare allineamento verticale di alcune lettere nelle ultime due righe della certificazione cronometro, che crea un effetto simile a due binari paralleli.
Con una cassa di circa 40 mm, vetro in plexiglas e impermeabilità dichiarata fino a 610 metri, il Sea-Dweller 1665 rappresentava uno strumento sviluppato per le immersioni professionali in saturazione. Introdotto nel 1967, il modello adottava una valvola per la fuoriuscita dell’elio, progettata per rilasciare la pressione accumulata all’interno della cassa durante la decompressione.
Uno strumento concepito per rispondere a un’esigenza concreta, esattamente come gli oggetti e i capi tecnici che Osti studiava e reinterpretava nel proprio lavoro. Ed è forse anche per questo che il Sea-Dweller sembrava così vicino alla sua sensibilità. Massimo, però, non si limitò ad apprezzarne le caratteristiche tecniche: decise di modificarne l’aspetto attraverso una scelta tanto insolita quanto coerente con il suo modo di pensare.
DIETRO L’ARGENTATURA DEL ROLEX DI MASSIMO OSTI
Come molti altri orologi della sua collezione, anche il Sea-Dweller era arrivato al polso di Massimo attraverso un regalo, ricevuto in un’occasione particolare. A raccontarcelo è stata Daniela Facchinato, che abbiamo contattato telefonicamente insieme a Lorenzo durante la nostra visita. Daniela, che ha condiviso molti anni della vita di Massimo e ne ha raccolto i ricordi anche nel suo recente libro Ostinazioni, ci ha aiutato a ricostruire uno degli episodi più curiosi di questa storia.
A un certo punto Massimo decise di far argentare l’orologio. Non cercava una superficie perfetta, destinata a rimanere immutata nel tempo, ma qualcosa che potesse vivere, trasformarsi e invecchiare insieme a lui, proprio come i tessuti e i capi sui quali aveva sperimentato per anni. Non si trattava quindi di rendere il Rolex più prezioso, ma di modificarne il carattere attraverso un materiale completamente diverso dall’acciaio.
Secondo il racconto di Daniela, Massimo si rivolse inizialmente a Veronesi, storico concessionario Rolex di Bologna, ma la richiesta non trovò seguito. La soluzione arrivò da una persona decisamente inaspettata: Toso, il giardiniere di famiglia.
Un personaggio fuori dagli schemi, di origini venete, con un passato avventuroso che, secondo i ricordi di Daniela, lo aveva portato fino in Russia e in Cecenia. Oltre a occuparsi del giardino, Toso era particolarmente abile nella lavorazione del legno e dei metalli. Massimo ne apprezzava le capacità manuali e decise di affidargli il Sea-Dweller. Attraverso un argentiere di sua conoscenza, Toso riuscì a organizzare il trattamento che avrebbe trasformato definitivamente l’aspetto dell’orologio.
Lorenzo ci ha raccontato anche cosa accadde quando il Rolex venne successivamente portato da Veronesi per una normale revisione. Di fronte a quella modifica, gli orologiai rimasero increduli: dietro al bancone si formò un vero e proprio capannello di tecnici, sorpresi nel vedere un Sea-Dweller trasformato in maniera così radicale.
Dal punto di vista dell’originalità e dei criteri tradizionali del collezionismo, un intervento del genere rappresentava una scelta decisamente insolita. Ma a Massimo tutto questo interessava ben poco. Non aveva modificato il suo Rolex pensando al valore che avrebbe potuto avere un giorno. Lo aveva fatto perché voleva che fosse così.
L’ARGENTO, IL TEMPO E IL VALORE DEI RICORDI
Durante il nostro incontro, Lorenzo ci ha spiegato perché oggi comprende e condivide pienamente la decisione di suo padre. Gli oggetti che utilizziamo e che ci accompagnano negli anni acquisiscono un fascino particolare proprio attraverso i segni che conservano. L’argento, a differenza dell’acciaio, reagisce all’ambiente, si ossida, cambia colore e sviluppa una patina personale.
Un concetto che, dopo aver osservato e indossato l’orologio, ci è sembrato ancora più vicino alla filosofia di Massimo Osti. Per anni aveva studiato materiali e trattamenti capaci di modificare l’aspetto dei tessuti, lasciando che fosse anche il loro utilizzo a determinarne l’evoluzione. Con il suo Sea-Dweller aveva applicato la stessa sensibilità a un oggetto nato per resistere alle condizioni più estreme.
Come un capo in denim consumato o una giacca in pelle vissuta, anche quell’orologio avrebbe finito per raccontare qualcosa del proprio proprietario. E forse è proprio questo il dettaglio più interessante del Sea-Dweller di Massimo Osti: non la modifica in sé, ma il motivo per cui decise di farla.
Oggi, per Lorenzo, quell’orologio ha assunto un significato ancora diverso. Come ci ha raccontato durante la nostra conversazione: “Quell’orologio in argento ormai lo vedo quasi come un oggetto museale, un pezzo di storia di mio padre. L’avrò messo sì e no due o tre volte, prima di rendermi conto che era davvero troppo per essere vissuto quotidianamente“.

Una riflessione che aggiunge un ulteriore significato alla storia di questo Sea-Dweller. Per Massimo era un oggetto da indossare e reinterpretare liberamente; oggi, per Lorenzo, è soprattutto una testimonianza della personalità e del lavoro di suo padre, da custodire e preservare.
La curiosità di Massimo, del resto, non si limitava a Rolex. Negli anni Ottanta seguì con interesse anche il fenomeno Swatch, nel quale riconosceva un legame con la Pop Art che aveva influenzato la sua formazione. Lo affascinavano il linguaggio visivo, le collaborazioni artistiche e soprattutto la capacità del marchio svizzero di rendere l’orologeria più accessibile, superando molte delle convenzioni tradizionali.
MASSIMO OSTI ARCHIVE: DENTRO IL SUO MONDO
La nostra visita a Bologna non si è naturalmente limitata agli orologi. Lorenzo ci ha accompagnati attraverso il Massimo Osti Archive, uno spazio di circa 300 metri quadrati che custodisce più di 5.000 pezzi tra capi, prototipi, tessuti, campioni di tintura e oggetti raccolti durante la carriera del padre.
Tra uniformi militari, capi da lavoro, tute spaziali russe degli anni Sessanta e sperimentazioni tessili, abbiamo avuto la possibilità di osservare da vicino alcune delle creazioni più importanti di C.P. Company e Stone Island, ascoltando direttamente da Lorenzo i racconti sulla loro origine e sul lavoro che le aveva rese possibili.

È difficile trasmettere attraverso le parole la sensazione di trovarsi in uno spazio del genere. Ogni oggetto sembra avere una storia, ogni materiale suggerisce un esperimento e ogni capo racconta un modo diverso di affrontare un problema. L’Archivio non è soltanto una raccolta di capi storici, ma una testimonianza concreta della curiosità e del metodo progettuale di Massimo Osti.
Lorenzo, oggi presidente di C.P. Company, continua a mantenere vivo il legame tra il marchio e le sue origini bolognesi. Un rapporto che nel 2026 ha trovato un ulteriore significato con l’apertura del primo flagship store diretto di C.P. Company a Bologna, la città nella quale tutto aveva avuto inizio oltre mezzo secolo prima.
Prima di salutarci, Lorenzo ci ha fatto anche un bellissimo regalo: una copia di Ideas from Massimo Osti, accompagnata da una dedica personale. Un gesto che abbiamo apprezzato molto e che conserveremo come ricordo di una giornata speciale, resa ancora più bella dalla disponibilità e dalla generosità con cui siamo stati accolti.
MOLTO PIÙ DI UN ROLEX SEA-DWELLER
Massimo Osti è scomparso nel 2005, lasciando un’eredità che continua a influenzare il mondo della moda e del design. Tra i tanti oggetti che permettono di comprenderne il pensiero, il suo Rolex Sea-Dweller 1665 argentato occupa un posto particolare.
È un orologio importante per la sua storia tecnica, per la rarità del quadrante Rail Dial e per il ruolo che questa referenza occupa nel collezionismo Rolex. Ma dopo averlo visto dal vivo, averlo indossato e soprattutto aver ascoltato i racconti di Lorenzo e Daniela, ci siamo resi conto che il suo valore più interessante si trova altrove.
Massimo prese uno degli strumenti professionali più riconoscibili dell’orologeria e decise di modificarlo senza preoccuparsi delle convenzioni, dell’originalità o delle possibili conseguenze sul suo valore economico. Lo fece seguendo la stessa curiosità che aveva guidato per tutta la vita il suo lavoro sui tessuti, sui materiali e sull’abbigliamento.
Forse è proprio per questo che, tra tutti gli orologi che avrebbe potuto possedere Massimo Osti, è difficile immaginarne uno più suo di questo Rolex Sea-Dweller.
By Luca Carolei
























