In orologeria c’è un prima e un dopo Hublot. Un prima fatto di modelli tradizionali, di complicazioni alte ma conosciute, di materiali nobili e ben noti. Poi arrivò Hublot. Non il marchio, il modello. Era il 1980 e l’italiano Carlo Crocco rivoluzionò il settore dell’orologeria fondendo insieme oro e caucciù.

Fin da ragazzo, Crocco era cresciuto a pane e orologi. La madre apparteneva alla famiglia Binda, celebri orologiai prima e importatori distributori poi; in quell’ambiente respirò e fece sua una passione che lo portò a rivoluzionare un mondo fino ad allora abituato a cliché e tradizione. Con il marchio MDM Genève, 46 anni fa svelò al Salone di Basilea un modello chiamato Hublot, oggi conosciuto come Hublot Original, che segnò una rottura radicale. Quell’orologio era il lusso ridotto all’essenziale, a partire dal suo inedito contrasto di materiali. Come in un oblò, dodici viti fissavano la lunetta alla cassa. Il quadrante era semplice, quasi completamente privo di elementi. Minimalista, grafico, immediato, inconfondibilmente diverso, quell’orologio non seguiva le convenzioni dell’orologeria svizzera, ma le sfidava. Oggi il brand, con il Classic Fusion Tributo, rende omaggio all’audacia della visione di Crocco, portando sul mercato il discendente diretto del primo Hublot, l’orologio che cambiò la storia.
LE ORIGINI DI HUBLOT NEL RACCONTO DI CARLO CROCCO
«L’orologeria svizzera, allora, era classica – racconta oggi l’82enne Crocco -, non c’era quel tocco di disegno che portammo noi, quel minimalismo: era il tocco italiano che mancava. È vero, fu un rischio: o l’andava, o la spaccava, perché all’epoca non facemmo ricerche di mercato. L’idea era di creare qualcosa di diverso, di innovativo. Oggi, se il mercato chiede qualcosa, provi a ragionare e a creare un prodotto che lo soddisfi. Invece fummo noi a creare una nicchia nuova. Fu una combinazione di elementi tutti favorevoli e perfetti, oltretutto in un periodo storico difficile, l’inizio degli anni ’80, quando l’industria orologiera svizzera era in ginocchio per via della diffusione del quarzo. Creammo non solo un mercato, ma anche una moda».

Incontrando di persona il signor Crocco, abbiamo avuto modo di mettere fianco fianco l’Hublot del 1980 e il Classic Fusion Tributo. Ebbene, l’impegno della manifattura di Nyon per rimanere fedele il più possibile all’originale è evidente. Esteticamente, infatti, il Classic Fusion Tributo è l’aggiornamento moderno del modello del 1980: cassa in oro giallo o bianco con alternanza di finiture lucide e satinate, cinturino in caucciù nero e la percezione immediata del contrasto tra nero e oro che fu alla base del successo di Hublot fin dall’inizio.
«L’orologio partì alla grande – ricorda Crocco -, anche se quando lo presentammo alla fiera di Basilea, nel 1980, per i primi due giorni non venne nessuno allo stand. Eravamo preoccupati. Poi, al terzo giorno, ci rendemmo conto che tutti stavano parlando di Hublot perché era la novità dell’anno. Il primo cliente fu proprio a Basilea, un messicano, molto entusiasta. Come mercati l’Italia, la Spagna e i mercati latini furono i primi a crederci, poi vennero gli altri. I primi concessionari furono i classici gioiellieri e i rivenditori. Ricordo che facemmo delle pubblicità su “Time Magazine” e da lì cominciarono ad arrivare anche alcuni privati. L’ex re di Grecia andò a Gstaad, in una gioielleria, a chiedere il nostro orologio. Poi aprimmo filiali in molti Paesi, crescemmo velocemente. Ne avevamo a Parigi, in Place Vendôme, in Spagna, in Germania, a Fort Lauderdale, a Tokyo».
DALL’HUBLOT AL CLASSIC FUSION TRIBUTO: L’ESTETICA
Rispetto al modello del 1980, la cassa del Classic Fusion Tributo passa da 36 a 38 mm per 9,5 mm di spessore, mantenendo le proporzioni originarie. Ben visibili le dodici viti della lunetta, che sono funzionali e non solo estetiche, anche se Hublot ha dedicato molta attenzione durante la loro realizzazione: sono leggermente bombate e, dunque, percepibili al tatto, dando una bella sensazione a chi indossa l’orologio. Nella versione in oro bianco sono nere come il quadrante.

Il quadrante appunto. Nulla da dire. Nero profondo, in onice nella versione in oro bianco e laccato, con effetto antracite, in quella in oro giallo. Nudo, senza indici, con la scritta MDM a ore 6 a ricordare le origini dell’orologio. MDM, Marie-Danielle Montres, era infatti la società svizzera fondata da Crocco, il cui nome era un omaggio a quello della moglie, e la scritta MDM Genève compariva sul quadrante del primissimo Hublot. Il datario è a ore 3 e, grazie all disco data nero, i numeri dei giorni sembrano galleggiare nel vuoto. A segnare il tempo, lancette in oro giallo o bianco, con il contrappeso a forma di logo Hublot sulla lancetta dei secondi centrali, l’unico guizzo estetico nella linearità delle forme del Classic Fusion Tributo.
Una pulizia che, all’epoca del lancio, conquistò un pubblico trasversale: «Lo potrei definire un orologio interclassista, perché lo possedevano figli e genitori. E poi le celebrità: ricordo Amanda Sandrelli, Ornella Muti. C’erano artisti, designer come Vico Magistretti, Giugiaro, grandi della moda come Giorgio Armani. Silvio Berlusconi, regalava Hublot ai capi di Stato e ne possedeva uno anche Carlo Debenedetti. Anche due rivali come Berlusconi e Debenedetti erano uniti da Hublot».
IL MOVIMENTO E IL CINTURINO DEL CLASSIC FUSION TRIBUTO
E, se all’epoca, lo tsunami del quarzo imponeva nella cassa quel tipo di movimento, oggi il cuore del Classic Fusion Tributo non può che essere meccanico. Si tratta del nuovo calibro di manifattura HUB1711, da 28.800 alternanze/ora e 50 ore di riserva di carica. Oltre alla normale accuratezza che Hublot riserva alle finiture dei propri movimenti, qui c’è un’ulteriore chicca. Nel modello in oro giallo, la massa oscillante scheletrata, dominata dalla H, è anch’essa in oro giallo. Nel modello in oro bianco è in tungsteno nero, e fa tutt’uno con quadrante e cinturino.

Proprio il cinturino in caucciù è l’altro elemento caratterizzante, sia dell’Hublot delle origini, sia del Classic Fusion Tributo. «All’epoca – ricorda Crocco – il caucciù era considerato quasi un materiale di scarto. Lavoravamo con i fabbricanti di pneumatici, gente abituata a lavorare su cose grosse; fu complicato trovare chi era disponibile a studiare per lavorare al millesimo di millimetro, per unire l’acciaio all’interno del caucciù. Inoltre, i primi cinturini avevano un odore sgradevole, per cui nella mescola univamo un’aroma di vaniglia; ricordo che alle prime presentazioni del prodotto, le persone che sentivano quel profumo di vaniglia lo trovavano davvero strano. E, ancora oggi, quell’Hublot è spesso ricordato per l’odore della vaniglia».
Fu un collaboratore di Hublot dell’epoca, il designer Francesco Maria Vimercati (che, per inciso, disegnò quello che ancora oggi è il logo del brand), a inventare, se così si può dire, quel cinturino. Realizzò infatti tanti disegni per un bracciale, ma nessuno piacque. Finché un giorno, cancellando le bozze con un pennarello nero, quel tratto scuro prese il posto dei bracciali che stava coprendo e si trasformò nell’idea di un cinturino che, nero, poteva essere la soluzione.

Oggi i tempi sono cambiati e le tecnologie si sono fortunatamente evolute. Il cinturino nero del Classic Fusion Tributo è moderno, foderato, non più liscio ma sottilmente rigato. Si abbina alle anse a vista dell’orologio, mettendone in risalto la struttura e, a differenza di quello che accade negli altri Hublot, non è intercambiabile: l’assenza del sistema di sgancio rapido One Click è una scelta voluta, per preservare il Dna del segnatempo.
PREZZO E CONCLUSIONI
Un Dna che Carlo Crocco sintetizza così: «Secondo me, la chiave di quando nacque Hublot stava nel fatto che era opposto a tutto il resto che c’era in quel momento. Conservava tutta la capacità della produzione svizzera, la preziosità, però apportando qualcosa di completamente nuovo: classico e rivoluzionario allo stesso tempo nella pulizia estetica. Non dico che quando nacque Hublot la parte funzionale era in secondo piano, però l’attenzione era tutta sull’estetica: la funzionalità era assicurata dal movimento, e quello bastava».
Sia il Classic Fusion Tributo con cassa in oro giallo sia quello in oro bianco costano 30.200 euro. Non sono edizioni limitate e sono disponibili nei punti vendita selezionati e sul sito del brand. Con questo orologio, l’auspicio del brand è di far rivivere non solo il successo del primo Hublot del 1980, ma quello che il marchio ha visto crescere nei suoi 46 anni di vita: «Diciamo che il successo di Hublot è stato anche, probabilmente, questione di fortuna – conclude Crocco -. Però sicuramente sì, è stato, come dire, il prodotto giusto nel momento storico giusto. Una combinazione di fattori fortunati. Ma è stato importante insistere, insistere, insistere, non mollare. È andata bene, possiamo dirlo, altrimenti non saremmo qui».
By Davide Passoni












